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Alessandro Magno

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Alessandro Magno

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Re di Macedonia, Egemone della Lega ellenica, Faraone d'Egitto, Re dei Re
Regno 336 a.C.-13 giugno 323 a.C.
Predecessore Filippo II di Macedonia
Successore de iure Alessandro IV di Macedonia
de facto vedi Perdicca e i Diadochi
Nome completo Μέγας Ἀλέξανδρος
Nascita Pella, 6 lōios / ecatombeone (ca. 20 luglio) 356 a.C.
Morte Babilonia, 30 daisios / targelione (ca. 13 giugno) 323 a.C.
Sepoltura Alessandria d'Egitto
Padre Filippo II di Macedonia
Madre Olimpiade d'Epiro
Coniuge Rossane
Statira
Parisatide

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Alessandro Magno (greco: Μέγας Ἀλέξανδρος, Mégas Aléxandros)[1], ufficialmente Alessandro III (greco: Ἀλέξανδρος Γ' ὁ Μακεδών, Aléxandros trίtos ho Makedόn; Pella, 6 ecatombeone 356 a.C. – Babilonia, 30 targelione 323 a.C.) fu re di Macedonia a partire dal 336 a.C., succedendo al padre Filippo II.

È conosciuto anche come Alessandro il Grande, Alessandro il Conquistatore o Alessandro il Macedone. Il termine "magno" deriva dal latino magnus che significa per l'appunto "grande", che in greco antico è mégas. È considerato uno dei più celebri conquistatori e strateghi della storia.

In soli dodici anni conquistò l'intero Impero Persiano, dall'Asia Minore all'Egitto fino agli attuali Pakistan, Afghanistan e India settentrionale.

Le sue vittorie sul campo di battaglia, accompagnate da una diffusione universale della cultura greca e dalla sua integrazione con elementi culturali dei popoli conquistati, diedero l'avvio al periodo ellenistico della storia greca.

Morì a Babilonia il 30 del mese di daisios (targelione) del 323 a.C., forse avvelenato, oppure per una recidiva della malaria che aveva contratto in precedenza o, secondo congetture più recenti, per una cirrosi epatica provocata dall'abuso di vino.

Dopo la morte, il suo impero fu suddiviso tra i generali che lo avevano accompagnato nella sua spedizione e si costituirono i regni ellenistici, tra cui quello tolemaico in Egitto, quello degli Antigonidi in Macedonia e quello dei Seleucidi in Siria, Asia Minore, e negli altri territori orientali.

Il suo straordinario successo, già durante la sua vita ma ancor più dopo la sua morte, ispirò una tradizione letteraria in cui egli appare come un eroe mitologico, assimilato ad Achille, da cui vantava una discendenza. La vita e la figura di Alessandro Magno hanno presto assunto colorazioni mitiche. Le storie a lui riferite si ritrovano non solo nelle letterature occidentali: nella Bibbia (Primo libro dei Maccabei), ad esempio, si fa esplicito riferimento ad Alessandro, mentre nel Corano il misterioso Dhu al-Qarnayn (il Bicorne o letteralmente "Quello dalle due corna") viene per lo più identificato con lui.


La questione della data di nascita

Discussa è la data di nascita: vi è chi riporta intorno al 20, chi alla metà di luglio e chi segnalava il 6 del mese, questo perché era il giorno sacro della dea Artemide e si narra che alla nascita del condottiero ella si fosse distratta non osservando l'incendio del suo tempio di Efeso.[2] Vi era anche chi sosteneva fosse nato ad ottobre: tale data risulta la più errata, dovuta più che altro alla confusione, che regnava al tempo, con la data dell'ascesa al trono
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Descrizione fisica



Alessandro non era avvenente, ma era tozzo e di corporatura robusta; aveva gli occhi di colore diverso (uno blu l'altro marrone, o forse uno sull'azzurro e l'altro nero), mentre la sua voce era aspra;[3] portava sempre il collo leggermente inclinato verso sinistra, e soffriva probabilmente di alcune deformazioni congenite che hanno contribuito alla sua morte

Fra gli scultori del tempo, le opere di Lisippo ritraevano molto fedelmente il condottiero: egli venne poi nominato scultore di corte.

Fra i pittori che lo ritrassero, Apelle di Colofone si dice che lo dipinse di carnagione più scura di quella che avesse, mentre Aristosseno di Taranto, apprendista di Aristotele, raccontava che emanava un profumo gradevole. Il profumo si diceva che probabilmente era dato dal calore eccessivo del corpo, secondo anche quanto riferiva Teofrasto di Ereso, mentre Ateneo di Naucrati sottolineava la sua abitudine al bere e all'ubriacarsi

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Scultura in bronzo realizzata da Lisippo rappresentante Alessandro, museo del Louvre, Parigi.

I genitori di Alessandro

Alessandro era figlio del re Filippo II di Macedonia e della moglie, Olimpiade, principessa di origine epirota; secondo le leggende, per parte di padre era discendente di Eracle, mentre per parte di madre di Achille attraverso il nipote Molosso che avrebbe dato origine alla casa reale dei Molossi. Questa genealogia per lui non era una finzione, tanto che diceva di comportarsi quale discendente diretto sia di Eracle che di Achille.

Secondo la leggenda, in parte da lui stesso alimentata dopo essere salito al trono, e riferita da Plutarco, il suo vero padre sarebbe stato lo stesso dio Zeus, che avrebbe preso le sembianze di un serpente e giaciuto con la madre.

Molte furono le leggende a lui postume sulla sua nascita; ad esempio si narrava che la madre Olimpiade, in visita alla corte persiana, ebbe una notte d'amore con il loro re, per poi ritornare in Macedonia. Sua madre alimentava leggende di ogni tipo sul conto del figlio.


Educazione

All'epoca della nascita di Alessandro, sia la Macedonia che l'Epiro erano ritenuti stati semibarbari, alla periferia settentrionale del mondo greco.

La sua nutrice fu Lanice, sorella di Clito ma i suoi genitori volevano dare al figlio un'educazione greca (precisamente attica-ateniese) e, dopo Leonida (che il suo allievo giudicò avaro e Lisimaco di Acarnania, con cui Alessandro legò molto rischiando una volta la vita per salvarlo, scelse come suo maestro, fra il 343 a.C. e il 341 a.C., il filosofo greco Aristotele; la scelta era dettata anche dalla politica del tempo. Aristotele lo educò, insegnandogli la scienza, la medicina, l'arte e la lingua greca, preparando appositamente per lui un'edizione annotata dell'Iliade e gli restò legato, come amico e confidente, per tutta la vita. Alessandrò lo considerò all'inizio alla stregua di un padre, ma, successivamente diffidò di lui.

Non si sa fino a che punto gli insegnamenti filosofici di Aristotele influirono sul pensiero di Alessandro. Sembra molto probabile che non potessero esservi molti punti di accordo tra i due: le teorie politiche di Aristotele erano fondate sulla città-stato greca, teoria ormai fuori moda in quel tempo. Il concetto di governo di una piccola città-stato non poteva interessare a un principe ambizioso che voleva costruire un grande impero centralizzato.

Del suo apprendere dal maestro si ha una prova in una lettera inviata da Isocrate ad Alessandro dove si congratulava con lui nel come affrontava a apprendeva l'arte della filosofia.

Una delle prime volte che venne menzionato il suo nome fu in discorso pubblico di un politico ateniese; a quell'epoca Alessandro aveva dieci anni.

Dei suoi primi anni di vita, del suo rapporto con Aristotele si raccontarono molte storie, quasi tutte inventate

continua

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L'incontro con Bucefalo

Si narra che il giovane Alessandro, all'età di dodici anni o meno[20], manifestasse la propria straordinaria natura riuscendo a domare da solo il cavallo Bucefalo.

L'animale venne comprato dall'amico del padre, il generale Demarato di Corinto, per probabilmente tredici talenti e regalato al padre, che poi ne fece dono al figlio. Egli, avendo infatti notato che il cavallo era spaventato dalla propria ombra, lo mise col muso rivolto verso il sole prima di montargli in groppa; in seguito gli insegnò anche ad inginocchiarsi completamente bardato, in modo da facilitare notevolmente la monta prima delle battaglie.


Le prime spedizioni

Nel 340 a.C., a soli sedici anni, durante una spedizione del padre contro Bisanzio, gli fu affidata la reggenza in Macedonia. Disponeva del sigillo reale e sicuramente sbrigò gli affari correnti di governo. Le sue energie vennero poi impegnate in una campagna contro la tribù tracia dei Maidi dello Strimone superiore, durante la quale prese d'assalto la loro città principale, che chiamò poi Alessandropoli. L'anno successivo (339 a.C.) Filippo ebbe una seconda moglie, Cleopatra Euridice (nipote del suo generale Attalo), ma Olimpiade mantenne il titolo di regina.

Nel 338 a.C. Alessandro guidò la cavalleria macedone nella battaglia di Cheronea; grazie alle sue abilità come condottiero prevalse sui tebani, sterminando quello che veniva chiamato battaglione sacro formato da 300 soldati che costituivano il corpo scelto dell'esercito.

Durante quella battaglia, venendo a conoscenza delle vittorie riportate dal figlio, il padre cercò di strappare il merito della vittoria ad Alessandro, anche esponendosi al pericolo


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Ricostruzione della mappa del Mondo Antico di Ecateo, V secolo a.C.


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L'assassinio di Filippo


Dopo la battaglia ci furono ampi contrasti fra padre e figlio, alimentati sia dalla condotta di Filippo durante la battaglia, sia dal suo divorzio dalla madre; più volte Alessandro usò parole di disprezzo verso il padre e per poco non si sfiorò un duello fra i due. Nel 336 a.C. Filippo venne assassinato ad Ege (l'antica capitale), trafitto da un ufficiale della sua guardia di nome Pausania,[23] durante le nozze della figlia Cleopatra con il re Alessandro I d'Epiro; Pausania venne immediatamente ucciso dalle guardie macedoni dopo l'assassinio del sovrano. Seguendo il racconto tradizionale di Plutarco, sembrerebbe che della congiura fossero a conoscenza, se non direttamente coinvolti, sia Olimpiade che Alessandro, ed è inoltre possibile che l'assassinio sia stato istigato dal re di Persia Dario III, appena salito sul trono.

Secondo Aristotele, Pausania, amante di Filippo, avrebbe ucciso il re macedone perché oltraggiato dai seguaci di Attalo, o dallo stesso Attalo,[24] zio della nuova moglie Euridice. Il fatto che esistessero complici, in attesa di Pausania in fuga, depone tuttavia a favore dell'esistenza di un complotto organizzato e non semplicemente di un episodio legato a faccende private.

Campagna nei Balcani

Dopo la morte di Filippo, Alessandro, all'età di vent'anni, fu acclamato re dall'esercito ed immediatamente si occupò di consolidare il suo potere, facendo sopprimere i possibili rivali al trono. Con l'aiuto del generale Antipatro, consigliere del padre, prima operò in modo che i mandanti dell'omicidio del padre figurarono i principi della Lincestide, poi fece condannare a morte Aminta, figlio di Perdicca III e nipote dello stesso Filippo del quale era stato tutore,[25] diversi fratellastri di Alessandro ed Euridice, la giovane moglie di Filippo, il cui zio Attalo fu raggiunto da un sicario in Asia Minore.

Consolidato il suo potere in Macedonia, egli cominciò ad espandere la propria autorità nei Balcani, cominciando dai Greci. Arrivato a Larissa, egli ribadì ai Tessali le proprie buone intenzioni nei loro confronti offrendosi come protettore contro i Persiani. Ad un'assemblea della Lega Tessalica, Alessandro fu eletto capo, gli venne affidata l'amministrazione delle entrate e gli fu promesso l'appoggio nella Lega Ellenica. Dal consiglio anfizionico riunito per l'occasione alle Termopili, si fece eleggere hegemón (egemone) della Grecia,[26] carica che precedentemente fu di suo padre e che, come lui volle, passò ai discendenti. Successivamente gli stati greci nella Lega di Corinto, eccetto Sparta, proclamarono Alessandro comandante delle loro forze contro la Persia; continuando in tal modo il progetto di conquista che ereditò da suo padre.

In quei giorni ci fu il suo incontro con il filosofo Diogene, che viveva all'epoca a Corinto in una botte, durante il quale vi fu un celebre scambio di battute; alla domanda su cosa desiderasse, il filosofo rispose al macedone di spostarsi perché gli nascondeva il sole.[27] In seguito ci furono racconti coloriti sul loro incontro, in cui si arrivò a far dire al condottiero: «se non fossi Alessandro mi piacerebbe essere Diogene»[28]

Appoggiato da tutti i Greci, Alessandro avviò la campagna dei Balcani contro i Triballi, a partire dalla primavera del 335 a.C. Si trattava di una popolazione che si trovava nella parte settentrionale di quella che poi verrà chiamata Bulgaria. Dopo un viaggio durato dieci giorni si trovò di fronte, al passo di Šipka, nemici dotati di carri che sbarravano il passaggio, pronti ad attaccarli. In questo primo scontro si poté assistere all'abilità di stratega di Alessandro.

Parte dei soldati si divisero in due ali lasciando libero il passaggio ai nemici, mentre i rimanenti si sdraiarono a terra coprendosi come potevano con gli scudi, in modo da far passare i carri sopra di loro senza recare molti danni. In seguito, grazie al sostegno degli arcieri, degli ipaspisti, dei aegma e delle truppe leggere degli Agriani, li sconfissero.[29] Si dice che Tolomeo stesso riferì che non ci furono morti nell'esercito macedone in questo scontro.

Sirmo, re dei Traballi, attendeva il condottiero a Ligino (un affluente del Danubio la cui corrispondenza odierna non è certa). Ad accompagnare Alessandro in quell'occasione vi erano Filota, Eraclide e Sopoli. La sua tattica lo vide vincitore anche sotto il profilo delle perdite: morirono più di 3.000 nemici, mentre gli alleati subirono in tutto una cinquantina di perdite.[30]

I macedoni avevano difficoltà nell'espugnare l'isola Peuce per via dalle forti correnti, e sapevano che stavano giungendo rinforzi nemici; il condottiero decise quindi di superare il fiume in una sola notte, sbaragliando poi i Geti che, alleati dei Traballi, erano dotati di 10.000 fanti e 4.000 cavalieri,[31] con un furioso assalto.[32]

Egli trascorse quasi 4 mesi nei Balcani orientali prima di puntare a ovest ed entrare nel territorio degli Agriani, con circa 25000 fanti e 5000 cavalieri.

Riuscì a contrastare gli Illiri, comandati da Clito, figlio di Bardilo II, che regnava in quello che è l'odierno Kosovo sui Dardani. Essi effettuavano incursioni nella Macedonia, spingendosi fino ad espugnare Pelion, vicino a quella che poi sarà chiamata Gorice; intanto stavano arrivando i Taulantini di Glaucia a dar man forte agli invasori. Grazie all'appoggio di Longaros[33] Alessandro giunse a Pelion iniziando l'assedio fino a quando giunsero i rinforzi nemici. Il macedone attaccò utilizzando la sua falange, composta da 120 file, come una sorta di serpente umano, stanando i nemici senza subire alcuna perdita,[34] mentre con un attacco notturno condotto dalle sole truppe leggere riuscì a liberare Pelion.


L'insurrezione di Tebe e Sparta


Dopo la vittoria nei Balcani, tuttavia, si sparse la voce che Alessandro fosse rimasto ucciso in battaglia, e questa notizia provocò una nuova ribellione delle πόλεις (poleis), probabilmente alimentata dai Persiani,[35] e dai tebani che, dopo anni di esilio, approfittarono della situazione e tornarono in patria. Vi erano stati disordini anche altrove; ad Atene vennero uccisi Timolao e Anemeta, i capi del partito filo-macedone.

Con una marcia rapidissima di più di 200 km, percorsi in quattordici giorni,[36] Alessandro raggiunse Tebe e la circondò. A questo punto vi sono due versioni dello scontro: nella prima il generale era in difficoltà fino a quando non notò un'entrata alla città lasciata senza protezione, al che il macedone ordinò al comandante del battaglione Perdicca di penetrarvi; l'altra versione, raccontata da Tolomeo, probabilmente volto a calunniare il suo rivale, vedeva un attacco senza ordine da parte dello stesso Perdicca, nel quale quest'ultimo fu gravemente ferito

In ogni caso l'esercito macedone travolse ogni fortificazione, radendola al suolo, risparmiando solamente i templi e la casa del poeta Pindaro. Morirono molti fra gli arcieri cretesi fra cui il loro comandante, Euribote, e al termine si arrivò a contare circa 6.000 morti durante i sanguinosi scontri. Alessandro ottenne la sottomissione completa delle altre città, eccetto Sparta.

Atene fu risparmiata da assedi vari, chiedendo solo che gli venissero consegnati i personaggi a lui più avversi, ma alla fine delle trattative soltanto il generale Caridemo venne esiliato; questi, non sentendosi cittadino greco, si alleo con la Persia e Dario[39] e come lui altri nemici di Alessandro, mentre Carete si recò a Sigeo, nei suoi possedimenti. Al termine degli eventi era la fine di ottobre e ritornò in Macedonia.

Discussa dagli storici è la visita di Alessandro all'oracolo di Delfi prima della partenza: secondo quanto si racconta, si era recato presso il tempio per interpellarlo, ma era il tempo in cui non poteva essere consultato; per cui di persona costrinse la sacerdotessa a venire al tempio portandovela con la forza, e proprio in quell'occasione ella affermò che il nuovo re «era invincibile».


Conquista dell'impero persiano

La prima spedizione greco-macedone inviata da Filippo II in Asia Minore, al comando del generale Parmenione, era stata respinta sulla costa dall'esercito persiano; quest'ultimo era comandato dal generale rodio Memnone (e prima di lui da Mentore), che occupò la città di Abido, dove sarebbero dovuti sbarcare i Macedoni.

Nella primavera del 334 a.C. Alessandro, dopo aver consolidato la sua posizione in Grecia e dopo aver lasciato Antipatro come suo rappresentante in patria, sbarcò in Asia Minore con un esercito di circa 40.000 uomini, di cui 32.000 fanti; nella cavalleria poteva contare su 1200 tessali e 1800 hetaîrot, tutti posti sotto il comando di Parmenione.[41] Il nucleo era formato dall'esercito macedone, rafforzato dagli scarsi contingenti provenienti dalle città greche.

Dopo aver attraversato le coste della Tracia, arrivò entro venti giorni ai Dardanelli;[42] a Sesto venne raggiunto da 160-170 navi alleate (che poi saranno affidate a Nicanore), con cui raggiunse la riva opposta, non temendo la flotta nemica che era occupata a tenere a bada le coste egiziane (infatti nel gennaio del 335 a.C. era morto il re ribelle egiziano, e una parte della flotta, lì impegnata, non poté intervenire per fermare i Macedoni). Fece dunque visita, come buon augurio, a quella che si riteneva fosse la tomba di Protesilao[43] e vi compì un rituale: si mise alla guida di un trireme, si allontanò dalla costa, sacrificò un toro e altro, tornò e, prima di giungere sulla riva, indossò la propria armatura; una volta sbarcato, prese la sua lancia e la scagliò in terra proclamandosi come conquistatore dell'impero persiano.

Il numero di fanti e cavalieri al seguito di Alessandro sono discordanti sin dalle prime fonti:

* Tolomeo I riportava 30.000 fanti e 3.000 cavalieri
* Aristobulo riportava 30.000 fanti e 4.000 cavalieri
* Anassimene di Lampsaco riportava 43.000 fanti e 5.500 cavalieri
* Callistene riportava 40.000 fanti e 4.500 cavalieri

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Battaglia del Granico e conquista dell'Asia Minore

Memnone, che non era persiano di nascita ma greco e che aveva sposato una donna persiana, davanti alle truppe macedoni appena sbarcate, sosteneva la tattica della terra bruciata, ma i satrapi persiani non vollero abbandonare i propri territori al nemico,[46] preferendo scontrarsi subito con l'esercito invasore. Cercò allora di radunare i 20.000 mercenari greci su cui poteva contare, ma, dovendo difendere anche Alicarnasso e Mileto, raccolse soltanto una parte di essi; circa 5.000 unità furono inoltre inviate per ordine dello stesso Dario, a Cizico, luogo importante per via delle loro monete

Nel maggio dello stesso anno, presso il fiume Granico, vicino al sito della leggendaria Troia (sulla strada da Abido a Dascylium, vicino all'odierna Ergili), si svolse il primo scontro. Contro Alessandro, oltre a Memnone, Spitridate della Lidia, Atizie e Arsite della Frigia e Mitrobarzane dalla Cappadocia, vi erano Reomitre, Mitridate e Resace.

Parmenione ebbe il comando dell'intera ala sinistra a cui era stata affidata la difesa, altri uomini al servizio del conquistatore furono Filota, Ceno, Perdicca, Cratero, Meleagro. Clito il Nero (fu chiamato il Nero per distinguerlo da Clito il Bianco, altra figura al comando di parte della fanteria), figura come la guardia del corpo.

Dopo molto tempo trascorso ad osservarsi, visto che i Persiani attendevano che fossero i Macedoni i primi ad attaccare,[49] alle prime luci dell'alba fu proprio Alessandro (riconosciuto per il caratteristico pennacchio dell'elmo)[50] ad iniziare le ostilità, al che l'armata macedone si scagliò sui Persiani.

La tattica di Alessandro era chiara: aprire dei varchi nella fanteria nemica, per lasciare poi spazio alla cavalleria per spezzare l'esercito persiano (che era disposto lungo le ripide rive del fiume) e permettendo così alla falange macedone di caricare con le sarisse e porre fine alla battaglia. Durante l'avanzata, Alessandro stesso condusse parte dell'attacco avanzando in obliquo, distraendo gli avversari, ma fu oggetto di attacchi cruenti.

Dopo aver rotto una prima lancia e ottenuto dai propri fidi un'altra, riuscì a scontrarsi prima con Mitridate, che lo sconfisse colpendolo in volto, per poi essere colto di sorpresa dal fratello di Spitridate, Resace. Questi lo colpì in testa spaccandogli l'elmo e ferendolo; il macedone reagì, e dopo essersi procurato una nuova lancia, colpì l'avversario al petto.[51] Arrivò un terzo avversario, Spitridate, armato di spada, ma, grazie all'intervento di Clito il nero, il condottiero ebbe salva la vita.

La battaglia si era finalmente risolta in uno scontro tra cavallerie, nel quale quella macedone ebbe la meglio, mettendo in fuga la controparte nemica. Senza molti dei loro comandanti, i Persiani si sentirono persi e vennero rapidamente sconfitti; molti furono i morti fra cui Spitridate, Mitrobarzane,[53] Farnace, (il cognato di Dario), Arbupalo, Nifate, Petine e Omare dei mercenari. In quella battaglia i morti persiani furono migliaia mentre quelli macedoni si contavano: 25 fra gli eteri, 60 nella cavalleria e circa 30 nella fanteria.[54]

Solo 2.000 dei 20.000 mercenari greci agli ordini di Memnone furono risparmiati e mandati ai lavori forzati nelle miniere del Pangeo, in quanto essendo greci erano andati contro le leggi degli alleati.[55] In quell'occasione, nel trattare le spoglie nemiche fu diplomatico, inviando 300 armature ad Atene con un messaggio che ricordava: «Alessandro, figlio di Filippo, e i Greci, eccetto gli Spartani, dedicano queste spoglie tolte ai barbari che vivono in Asia»; in questo modo dimostrò umiltà e rispetto.[56]

Il conquistatore diede grandi onori ai caduti, esentando da tasse genitori e figli dei caduti più fedeli. Arsite riuscì a salvarsi, ma sentendosi in colpa per l'accaduto si suicidò.[57] Dopo la vittoria si diede ordine di non saccheggiare la terra e ai persiani vinti di pagare lo stesso tributo che prima pagavano. Parmenione, nel frattempo, prese Dascilio.

L'Asia Minore era ormai aperta alla conquista macedone.

La resistenza di Mileto e l'accordo con Sardi
L'avanzata di Alessandro trovò solo Mileto ad opporgli fiera resistenza: pur avendo anche loro inviato in precedenza una lettera di resa, essi cambiarono idea alla notizia dell'arrivo imminente di una flotta amica. Alessandro occupò quindi il porto, cercando di impedirne l'entrata alle 400 navi nemiche che stavano per giungere,[58] e assaltò le mura, iniziando l'assedio; dopo 3 giorni giunsero i rinforzi ma non venne permesso loro di attraccare: ciò avvenne grazie allo sforzo di Nicanore e dei suoi soldati che, stanziando nei pressi dell'isola di Lade, controllavano il porto.

Si dice che a questo punto Parmenione suggerì di attaccare la flotta nemica, avendo visto buoni auspici per la vittoria in mare (un'aquila che si era poggiata sulla spiaggia vicino alle loro imbarcazioni); Alessandro, tuttavia, gli rispose che aveva male interpretato i segni e che la vittoria sarebbe venuta per terra, in quanto il volatile si era poggiato sul suolo.[59] Dopo un ultimo attacco, sconfisse gli avversari e reclutò 300 dei nemici nel suo esercito (proprio tale offerta fece arrendere i nemici più valorosi).

Contro Sardi gli bastò accordarsi con il loro capo, Mitrine, che lo accolse come fosse un amico; Alessandro consentì che potessero continuare a regolarsi con le leggi già in uso; concesse inoltre ulteriori privilegi.[60] Raggiunse Efeso, dove i mercenari impauriti erano precedentemente fuggiti, e la occupò instaurando una democrazia al posto della precedente oligarchia, come era avvenuto nelle altre città conquistate[61], ed entrarono nella Lega di Corinto. Questa sua politica gli portò molti consensi e rese spontanee la resa di altre città. Tutte le πόλεις (poleis) della costa salutarono il macedone come il liberatore.
Il controllo delle zone conquistate [modifica]

Il governo della Caria fu affidato ad Ada, ultima sorella di Mausolo e di Pixodaro, colui che anni prima aveva progettato un matrimonio fra sua figlia e uno dei figli di Filippo.[62] La donna stessa aveva chiesto udienza al conquistatore, lasciando Alinda, luogo dove aveva trovato rifugio, per incontrarlo; nel parlargli lo denominò figlio.[63]

Mentre il grosso dell'esercito svernava in Lidia (terra poi concessa ad Asandro) al comando di Parmenione, Alessandro passava in Licia, in Panfilia, in Pisidia e in Frigia; quest'ultima venne concessa al comandante della cavalleria tessalica, Calate. In sua sostituzione, Alessandro nominò nuovo comandante della cavalleria Alessandro di Lincestide, scelta poi rivelatasi infausta[64]
L'assedio ad Alicarnasso [modifica]

L'intento di Alessandro era quello di conquistare tutte le città costiere impedendo l'attracco alle navi nemiche; nel frattempo si ebbe la notizia della morte di un figlio di Dario, ucciso per ordine dello stesso padre, che era in procinto di tradirlo.[65]

Si trovò di fronte ad Alicarnasso, una roccaforte dove si era rifugiato Memnone per aiutare la flotta persiana disposta nelle acque vicine; la città disponeva di un grande fossato e di scorte sufficienti ad un eventuale lungo assedio. In questa battaglia il macedone utilizzò le macchine che lanciavano pietre per difesa e non per attaccare le mura.

Alessandro attaccò quindi una torre, nella vana speranza che il suo crollo avrebbe coinvolto parte delle mura; ma alla caduta della prima non conseguì la caduta della seconda. Puntò allora da un'altra parte, colmando prima il fossato e poi attaccando con le sue macchine, senza grossi esiti. In quell'occasione morì Neottolemo, fratello di Aminta di Arrabeo, insieme a circa 170 soldati, mentre meno di venti (16) furono le vittime fra i macedoni, e 300 i feriti.[66]

I persiani resistettero ad altri assalti grazie al fuoco che bruciò un elepoli dei greci.

I persiani, incoraggiati, organizzarono una sortita: furono mandati 2.000 uomini, mille dei quali armati di fiaccole con l'obiettivo di incendiare ogni macchina nemica, mentre gli altri mille dovevano attaccare di sorpresa i greci quando erano impegnati a spegnere i vari incendi. La loro azione non colse impreparati i greci, che fecero strage dei nemici; del secondo contingente si occupò Tolomeo. I soldati persiani rimasti in vita cercarono di tornare nella città, ma, temendo che anche gli invasori entrassero con loro, venne chiuso il cancello e il ponte stesso non resse al peso. Si contarono 1.500 morti per i persiani contro 40 dei greci, fra cui il capo degli arcieri Clearco.[67]

Diodoro differisce totalmente da questa versione (narrata fra gli altri da Arriano-Tolomeo); secondo l'autore, soltanto all'inizio stavano avendo la meglio i macedoni, guidati fra gli altri probabilmente dai battaglioni di Addeo e Timandro, ma di fronte al secondo assalto molti dei greci si spaventarono e la paura aumentò ancora di più all'ingresso dello stesso Memnone, il cui esercito ammutolì per un attimo lo stesso Alessandro. Soltanto grazie ai veterani, al cui comando si pose Atarrias, che spronò i più giovani e inesperti, riuscirono a sconfiggere l'esercito nemico uccidendo Efialte, uno dei comandanti nemici.[68] Si riportano anche i nomi dei generali nemici, gli stessi Efialte e Trasibulo, che tempo prima vivevano ad Atene e di cui Alessandro chiese la consegna, ma a cui fu dato la possibilità dell'esilio e quindi di allearsi con Dario. In ogni caso la resistenza non superò i due mesi.[69]

La città venne incendiata dai persiani,[70] mentre il generale nemico Memnone fuggì rifugiandosi temporaneamente sull'isola di Cos. Il re, entrato nella città, ordinò di uccidere chiunque avesse appiccato il fuoco e, quando si rese conto dei danni, distrusse completamente la città[71]

Alessandro lasciò Orontobate, che si era rifugiato nella roccaforte di Salmacide, e le restanti città della regione da conquistare a due dei suoi fidati: Tolomeo di Filippo e Asandro, lasciandogli parte dell'esercito (3.000 fanti e 200 cavalieri) e continuando la sua conquista dell'impero.
I primi tradimenti e il nodo gordiano [modifica]

A questo punto diede il congedo a tutti i militari che si erano sposati poco prima di partire per la spedizione,[72] e inviò parte del suo esercito a Perge, mentre lui continuava il suo percorso costiero; dopo un evento fortuito (il vento cambiò al suo passare rendendo agevole il passaggio in una zona altrimenti impervia),[73] riscosse molti consensi e contributi che subito convertì in paghe per i soldati.

Viaggiò per Termesso, Aspendo, Faselide; intanto arrivò da Parmenione Sisine, un messaggero persiano inviato da Dario III col proposito di persuadere Alessandro di Lincestide a uccidere il proprio re; se il generale avesse accettato la proposta, avrebbe ricevuto un premio di 1.000 talenti d'oro (a cui aggiungeva la corona stessa). Il generale dunque, ritenendo rischioso comunicare per iscritto per il rischio di intercettazioni, inviò un messaggero travestito per chiedere come si doveva comportare in questo caso.[74]

Gli storici non concordano con questo passo per via dei tanti punti oscuri; anche la stessa sorte di tale Alessandro viene raccontata in vari modi: Tolomeo dopo la sua cattura non citerà più il suo nome; forse fu ucciso per un tradimento quattro anni dopo le vicende narrate, oppure, come racconta Aristobulo, egli morì addirittura prima della partenza per la conquista dell'Asia, ucciso da una donna a cui chiese del denaro.[75] ma dati certi portano dell'esistenza di un comandante dei Traci con tale nome sia all'epoca di Tebe che in Asia.

Altre storie riferiscono di Sisine come uomo di fiducia del re macedone, che gli rimase fedele sino a poco prima della battaglia di Isso, quando gli venne commissionato l'omicidio di Alessandro; scoperto, per ordine del re Sisine venne poi ucciso dagli arcieri.[76]

Dopo aver fatto dono al veterano Antigono Monoftalmo di un ampio territorio, giunse nell'antica capitale Gordio, dove si svolse l'episodio del celebre nodo gordiano: pare che esistesse un antico carro il cui giogo era assicurato da un nodo inestricabile e che un oracolo avesse promesso il dominio dell'Asia a chi fosse riuscito a scioglierlo. Alessandro, dopo alcuni tentativi, risolse il problema estraendo la spada e tagliando il nodo con un colpo netto.[77] Diversamente Aristobulo afferma che fu facile per il re sciogliere quel nodo.[78]

Nella città aspettò che Parmenione lo raggiungesse insieme alle sue truppe, cui si aggiunsero 4.000 soldati (di cui 3.000 erano macedoni);[79] era il mese di maggio del 333 a.C. Riuscì a far avere ad Antipatro 500 talenti e 600 ne donò a Anfotero, per rinforzare la flotta greca, rispettando l'alleanza[80]

In seguito Memnone, dopo aver conquistato Chio e le città di Lesbo (tutte tranne Mitilene, che non riuscì mai a conquistare), stava anche preparando 300 navi con cui partire,[81] ma si ammalò e morì. La sua azione di resistenza fu proseguita da un suo parente, Farnabazo, aiutato da Autofradate. I due ottennero piccole vittorie (fra cui la conquista di Mitilene stessa,[82] Mileto e Tenedo) alternate ad altrettante piccole sconfitte, ma il numero dei loro soldati non impensieriva Alessandro.

LA SINCERITA' SEMPRE AL PRIMO POSTO...
ANCHE SE QUESTO MI PORTEREBBE AD AVERE ACCANTO POCHI AMICI..
ANCHE SE DOVESSI RISULTARE ANTIPATICA/O..
PREFERISCO UN BUON AMICO A CENTO IPOCRITI!

YdhcEJb

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2 replies since 6/10/2010, 01:35
 
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